Per chi aspira a lavorare nel settore del biotech italiano, le notizie sono confortanti. Come indicava infatti nel 2025 uno studio predittivo sui trend occupazionali delle professioni di questo ambito (condotto da EY e Assobiotec-Federchimica), nel prossimo decennio si registrerà un’importante crescita della domanda, che riguarderà circa il 61% delle professioni. La ricerca ha analizzato 122 profili professionali del biotech e l’analisi settoriale indica che in tutti tre comparti considerati (agro-alimentare e zootecnico, biomedico e sanitario, industria e ambiente) è prevista una crescita della domanda per i profili specializzati mentre per le mansioni a bassa qualifica si prevede un ribasso a causa dell’automazione.
Il tema comunque non sono solo le mansioni ma anche il cambiamento del mix di competenze che le caratterizza, che sarà importante proprio a causa dell’accelerazione tecnologica in atto. Le aziende incontreranno difficoltà di reperimento per più del 60% delle professioni biotech per cui si prevede una crescita della domanda.
Insomma, il momento è perfetto per capire meglio quali sono le opportunità che si vanno ad aprire ma anche quali skill tornano utili. Per chi vuole saperne di più l’appuntamento è a Firenze, dove il 22 aprile dalle 10 alle 16:30 si svolgerà l’evento, presso gli spazi Nana Bianca, “Biotech Future: competenze e opportunità nel settore. Le biotecnologie incontrano gli studenti”, una giornata di formazione e orientamento al lavoro in ambito biotech e biopharma.
Realizzato in collaborazione con Fondazione Vita ITS Nuove Tecnologie della Vita, l’evento è presente nel calendario nazionale delle iniziative che celebrano la Giornata del Made in Italy 2026, contribuendo a valorizzare l’industria biotech quale eccellenza italiana.
Per partecipare è necessario registrarsi sul sito di Assobiotec.
Per capire meglio cosa offrirà la giornata fiorentina ai suoi partecipanti, TuttoITS ha intervistato Andrea Paolini, Consiglio di Presidenza Assobiotec-Federchimica Direttore Generale della Fondazione Toscana Life Sciences (TLS) dal 2011 e Presidente della Fondazione VITA – ITS Istituto Tecnologico Superiore per le Nuove Tecnologie della Vita.
Paolini, quale è la cifra dominante di questo appuntamento, di scena a Firenze il 22 aprile?
Fa parte di un ciclo di iniziative rivolte ai giovani organizzate da Assobiotec. Abbiamo cercato di dare una continuità a temi che ci stanno particolarmente a cuore e su cui stiamo lavorando. In particolar modo il target dei partecipanti, iscritti agli ITS e studenti universitari, ci introduce al messaggio che vorremmo far passare. Stiamo lavorando come associazione su un tema che per noi è prioritario, le competenze e l’evoluzione delle stesse nel corso degli anni, partendo dal rapporto commissionato e condotto con EY e Assobiotec l’anno scorso che delineava i trend occupazionali e le figure professionali che il nostro settore attrarrà nel prossimo decennio.
Quali sono?
Anche nel nostro settore si sono evidenziati alcuni mismatch tra quella che è la potenziale domanda e l’offerta attuale ma anche futura. Ci sarà un incremento di richiesta occupazionale per oltre il 60% delle professioni, che impatterà sulla componente ricerca ma anche sulle operations, tutto quello che ruota intorno allo sviluppo e alla produzione, alla commercializzazione, alla gestione dei prodotti. C’è poi tutta la parte regolatoria, che per noi è molto importante perché, essendo prodotti che impattano sulla salute umana, sono estremamente controllati e normati. Sicuramente, come in tutti i settori, visto il boom di AI, machine learning e nuove applicazioni dell’ICT, c‘è sempre una maggiore domanda di queste competenze, e anche una maggiore competizione da parte di altri settori e di altri territori. C’è la necessità, comunque, di dare una formazione specifica di settore, perché le basi sono comuni, ma poi ovviamente ogni ambito ha le sue specificità. Per avere un’offerta adeguata, bisogna lavorarci per tempo perché nessuno formerà questo tipo di professionalità in pochi mesi.
C’è poi anche il tema dei trend formativi, ovvero il cambiamento del mix di competenze. Come impatterà?
Faccio un esempio semplice. Un tempo c’erano delle figure molto legate al processo di laboratorio, ora è imprescindibile che queste figure sappiano anche usare dei software, gestiscano dei dati non solo come report di laboratorio ma anche al fine dell’inserimento degli stessi all’interno di database, della gestione e dell’elaborazione di queste informazioni. Non è assolutamente un tema banale. Anche le figure più tradizionali dovranno apprendere soft skills. Nelle fasi di produzione, sempre di più si andrà verso processi con un impatto meno diretto della forza lavoro mentre crescono i ruoli di coordinamento e di controllo. Vuol dire avere a che fare con impianti e processi molto complessi e molto sofisticati. Bisogna lavorarci da subito. Siamo molto interessati all’orientamento, perché molto spesso non è nemmeno chiaro che cosa si fa in un settore come il nostro.
Su quale aspetto l’evento di Firenze vuole contribuire a una maggiore consapevolezza? La presenza del biotech si estende a molteplici settori del Made in Italy ma rischia di restare schiacciata sul biomedicale/sanitario nell’immaginario dei non addetti ai lavori. O no?
Lo sforzo più grande che dobbiamo fare è raccontare cosa facciamo. Abbiamo una metodologia di approccio a questi temi molto più sofisticata e puntuale, si comincia a parlare, a coinvolgere i bambini, si fanno le notti della ricerca, la Biotech week. Bisogna anche sfatare dei falsi miti un po’ pericolosi, penso agli OGM, ad esempio.
Come si fa?
Raccontando come stanno realmente le cose e facendolo il prima possibile. Crediamo che ci siano tutte le caratteristiche e le possibilità per appassionare i ragazzi, fargli vedere che è un mondo molto eterogeneo, interessante e bello. Si occupa della salute umana, un tema interessantissimo di per sé ma ha anche una varietà di sfaccettature e di applicazioni sorprendenti. I ragazzi che lavorano con noi, e si occupano di data science, quando hanno a che fare con tematiche di tipo chimico-biologico restano estremamente affascinati. Sono motivati per la finalità ultima, come l’accelerazione del processo di sviluppo di un bio-farmaco, ma anche perché si aprono mondi dove non avrebbero mai pensato di poter applicare le loro competenze.

Come calibrare il discorso occupazionale per quel target che non vuole passare dall’università ma vuole lavorare nel biotech? Quali sono gli argomenti a favore della formazione tecnologica superiore in questo ambito? Glielo chiedo nel suo ruolo di Presidente della Fondazione VITA – ITS Istituto Tecnologico Superiore per le Nuove Tecnologie della Vita
Bisogna far capire ai ragazzi che l’approccio è diverso: negli ITS andiamo a formare persone con un profilo molto più professionalizzante, molto più pratico, pur passando dalla teoria. Bisogna spiegare quali sono le caratteristiche salienti dei nostri percorsi, ovviamente il rapporto diretto con le imprese, gli stage, l’impegno effettivo e continuo nel cercare di tradurre la didattica nell’applicazione rapida nei processi e nelle attività industriali. Per il settore biotech, nella componente ricerca, prevale la presenza di laureati se non addirittura di personale con il dottorato di ricerca. Se però guardiamo ai processi di produzione, di controllo di qualità, o a processi customizzati è chiaro che la formazione dell’ITS risulta molto in linea con le esigenze e i profili richiesti.
La formazione ITS può stimolare anche l’imprenditorialità e quindi il lancio di startup? In Italia abbiamo bisogno anche di nuove aziende.
Per estrema sintesi, il problema principale in Italia è culturale. Non credo nei modelli mutuati. La replica di quello che fanno a Boston in Italia non ha mai funzionato, perché noi culturalmente, normativamente, come approccio anche personale, abbiamo una propensione al rischio decisamente più bassa.
Il trasferimento tecnologico più efficiente è formare persone che sanno fare determinate cose. La potenza del trasferimento tecnologico più grande è una persona che ha competenze, va a lavorare da un posto a un altro. Perché alcune persone vengono contese tra aziende? Apportano una conoscenza, un know how ed expertise più alte, che poi magari vengono codificate in un brevetto, ma quella è la vera forza. Se noi formiamo adeguatamente persone, e gli diamo strumenti, competenze di alto livello, di alto valore aggiunto, quelle persone trasferiranno innovazione e tecnologia. Ogni volta che cambieranno lavoro, si formeranno un pochino meglio, faranno un processo di aggiornamento delle proprie competenze. Magari non faranno automaticamente nascere delle start up. Il nostro settore è molto complesso.
Le start up di ricerca hanno bisogno principalmente di persone con un background e con una competenza tecnico-scientifica molto elevata. Spesso anche il dottorato non basta, ci vuole un post-doc con molte esperienze, che abbia toccato con mano scienza di alto livello. Ma il nostro settore sempre di più sta generando interessantissime aziende di service a supporto della qualità dei processi e dell’innovazione. Bene, in quel caso il ruolo dei diplomati ITS è determinante: quando si parla di introdurre metodologie di sviluppo di prodotti più innovative, più rapide, che ottimizzino e efficientino i processi, i ragazzi dell’ITS sono una manna.
Come valutare il 4+2, anche alla luce dei bisogni specifici della filiera biotech? Ha senso una riduzione del percorso?
Un mercato del lavoro, un sistema della formazione, dell’orientamento che rimane sempre uguale a se stesso, con i cambiamenti che vediamo quotidianamente, è di per sé inadeguato. L’innovazione e la sperimentazione è fondamentale. Poi se la sperimentazione non funziona, dobbiamo essere anche in grado rapidamente di apportare correttivi. Il nostro mondo è sempre più complesso, mi verrebbe da dire che bisognerebbe insegnare di più e dare ancora più strumenti ai ragazzi. Tuttavia, è altrettanto vero che nei programmi formativi, c’è molto da rivedere. Spingere sugli strumenti da cui oggi non si può prescindere, si può fare secondo me anche con un 4+2. La sperimentazione è determinante, vedremo nei fatti se funziona.
Torniamo, infine, all’evento “Biotech Future: competenze e opportunità nel settore. Le biotecnologie incontrano gli studenti”: il programma della giornata, come annunciato, accompagnerà gli studenti a conoscere nel corso della mattinata gli scenari e le prospettive del settore e nel pomeriggio referenti di importanti aziende biotech di respiro nazionale e internazionale con momenti dedicati al dialogo diretto e all’orientamento al mondo del lavoro e all’imprenditorialità. C’è qualche aspetto o highlight da sottolineare?
Abbiamo cercato di comporre un programma eterogeneo perché l’obiettivo principale è quello di dare molti punti di vista e portare molte testimonianze. I partecipanti avranno la possibilità di sentire quali sono i trend che caratterizzeranno il nostro settore, esempi di ricercatori e di altri giovani che hanno lanciato una start up o hanno fatto un percorso formativo e oggi fanno ricerca di alto livello: ci racconteranno come sono arrivati lì, che sacrifici hanno dovuto fare, ma anche le soddisfazioni che hanno avuto. L’obiettivo principale è sottolineare quali sono le opportunità di questo settore. Ci saranno persone con storie “sliding doors”. Credo che siano anche quelle di stimolo e di interesse per questi giovani che spero possano guardare con meno apprensione al futuro.
Quindi a Firenze un sentiment positivo, non dominato dalla paura.
Molto spesso c’è questa retorica del talento, della ricerca dei talenti. Ma non siamo tutti Lionel Messi. Dobbiamo dire ai ragazzi che tutti loro hanno capacità che possono valorizzare al meglio. Non gli dobbiamo dire che cerchiamo solo i talenti: si innescano dei meccanismi di comparazione e inadeguatezza non solo fuorvianti, ma assolutamente sbagliati. Abbiamo ragazzi che arrivano ai percorsi ITS completamente apatici e demotivati, quando vedono che riescono a fare le cose che insegniamo, a interagire con realtà industriali, a imparare cose che gli interessano, rifioriscono. Tutti quanti noi abbiamo un posto all’interno del mondo del lavoro e della vita. Dobbiamo far passare questi messaggi. Noi cerchiamo persone motivate che abbiano il piacere di imparare un lavoro e di farlo al meglio, punto.














