Più di otto milioni di giovani europei, di cui quasi 1,4 milioni in Italia, di età tra i 15 e i 29 anni, si trovano in un limbo: non sono impegnati in percorsi di istruzione o formazione, né sono inseriti nel mondo del lavoro. Sono i NEET (acronimo di “Not in Education, Employment, or Training“), e la loro è un’«emergenza silenziosa» che «incide strutturalmente sullo sviluppo collettivo, generando esclusione, costi economici rilevanti e profonde discontinuità sociali».
Lo affermano gli autori del rapporto “NEET, giovani non invisibili: sfide e risposte per attivare le risorse del futuro”, la prima pubblicazione del progetto DEDALO – Laboratorio permanente sul fenomeno NEET, un’iniziativa di Fondazione Gi Group che punta ad essere “una piattaforma di confronto, ascolto e azione condivisa” per riflettere sul tema e offrrire soluzioni da restituire ai giovani.
«Affrontare la condizione dei NEET – si legge nel rapporto – non significa solo sostenere chi si trova ai margini: significa investire nella coesione sociale ed economica del Paese».
Il rapporto include cinque proposte concrete indirizzate a istituzioni e stakeholder per un’azione coordinata a supporto delle nuove generazioni: vediamole insieme.
Collegare meglio scuola e lavoro
Il passaggio dalla scuola al lavoro è spesso difficile e porta molti giovani a restare inattivi. Per questo serve ripensare a fondo le politiche educative e formative. L’idea è creare un sistema che unisca studio ed esperienza pratica, con percorsi di apprendistato più semplici da gestire e realmente utili per le imprese e i territori. Anche il coinvolgimento delle comunità locali è importante: le scuole devono poter adattare l’offerta formativa alle caratteristiche e ai bisogni del tessuto produttivo in cui operano.
Agire in anticipo
Per ridurre il numero di giovani che abbandonano la scuola o restano inattivi, bisogna agire in anticipo, non solo con interventi di recupero. È importante iniziare già dalla prima infanzia, investendo nell’educazione prescolare e in programmi di orientamento che aiutino i ragazzi a non perdere motivazione. Serve anche ripensare l’obbligo scolastico, collegandolo al reale conseguimento di un titolo di studio, e rendere i percorsi più adatti ai bisogni degli studenti. Infine, è necessario introdurre sostegni economici per i giovani in difficoltà, così da permettere anche a chi parte da situazioni svantaggiate di restare a scuola e avere maggiori possibilità di entrare nel mondo del lavoro.
Puntare su percorsi professionalizzanti
Per preparare meglio i giovani al mondo del lavoro servono percorsi di studio professionalizzanti e accessibili, capaci di fornire competenze subito spendibili. Gli ITS Academy sono fondamentali perché offrono corsi che rispondono alle vere esigenze delle imprese e dei territori, formando competenze in linea con quelle richieste dal mercato del lavoro. Allo stesso tempo, bisogna pensare anche al futuro: le competenze non devono fermarsi al diploma o alla laurea. Servono politiche di formazione continua lungo tutta la vita lavorativa, così da evitare che chi lavora resti indietro e rischi l’esclusione.
Riattivare e reinserire i NEET
Per i giovani che si trovano già nella condizione di NEET servono percorsi personalizzati di riattivazione e reinserimento. Ciò significa offrire orientamento su misura, formazione mirata e valorizzare l’apprendistato come opportunità concreta per entrare nel mondo del lavoro. Le imprese vanno sostenute con incentivi per assumere e stabilizzare i giovani. È importante anche rimuovere gli ostacoli pratici: garantire servizi di mobilità o coprire i costi degli spostamenti, prevedere un sostegno economico per chi partecipa ai progetti e promuovere soluzioni di cohousing, che aiutino i ragazzi a diventare più autonomi e responsabili. Perché tutto questo funzioni, serve costruire reti di collaborazione tra scuole, imprese, istituzioni e terzo settore, così da mettere insieme competenze diverse e creare percorsi efficaci di reinserimento.
Assumere un approccio data-driven
Per affrontare davvero il problema dei NEET servono dati migliori e più completi. Oggi ci basiamo soprattutto sulle indagini Istat, che offrono un quadro utile e confrontabile con l’Europa, ma si tratta di rilevazioni campionarie e quindi parziali. Il report DEDALO propone che le istituzioni, a livello nazionale e regionale, mettano insieme diverse banche dati (scuola, università, lavoro) per seguire nel tempo i percorsi reali delle persone. In questo modo sarebbe possibile monitorare in tempo reale chi rischia di diventare NEET, capire meglio le diverse situazioni e intervenire con azioni preventive e mirate. In questo modo, si potrebbero costruire politiche più efficaci, calibrate sulle caratteristiche dei singoli giovani e non solo su statistiche generali.














