Hanno fatto discutere molto anche in Italia i dati di Education at a Glance 2025, ovvero l’analisi dei sistemi educativi dei 38 paesi membri dell’Ocse, nonché di Argentina, Brasile, Bulgaria, Cina, Croazia, India, Indonesia, Perù, Romania, Arabia Saudita e Sudafrica. A far scalpore, in particolare, la consapevolezza che in Italia, “il 37 % di tutti gli adulti tra i 25 e i 64 anni ha competenze alfabetiche di livello 1 o inferiore: un dato superiore alla media dell’OCSE pari al 27 %” (in una scala da 0a 5, ndr).
L’analisi, tornando a un quadro più generale, conferma l’importanza dell’istruzione terziaria, come fonte di guadagni più elevati, occupazione più stabile e anche di maggior salute. Secondo il rapporto, pur non essendo in sé una clamorosa novità, nonostante la crescita complessiva del livello di istruzione terziaria, il background familiare continua a influenzare fortemente chi prosegue gli studi: senza genitori in possesso a loro volta di un titolo di terzo livello, si abbassa drasticamente la possibilità di proseguire la formazione, in contesti dove a fare la differenza possono essere anche barriere finanziarie e il limitato supporto accademico e sociale.
Sebbene il report faccia perlopiù riferimento alla carriera accademica, è giusto allargare lo sguardo, posto che il tema dell’aggravamento della carenza di competenze e di limitazioni all’accesso delle opportunità lavorative dovuta ai bassi tassi di completamento dell’istruzione terziaria chiama dentro tutto il segmento della formazione, nel caso italiano quindi anche gli Its, nati con l’obiettivo di ampliare la formazione professionalizzante di tecnici con elevate competenze tecnologiche e tecniche.
Come affermato dal segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann “un’istruzione terziaria di alta qualità fornisce agli studenti le competenze necessarie per cogliere le opportunità in un mercato del lavoro in evoluzione, consentendo al contempo alle nostre società di affrontare le trasformazioni strutturali derivanti dall’invecchiamento della popolazione, dall’intelligenza artificiale, dalla digitalizzazione e dalla transizione verde. Allineare l’istruzione alle esigenze del mercato del lavoro sarà fondamentale, poiché il persistente squilibrio tra domanda e offerta di competenze impone costi reali su salari e produttività e influisce sul benessere individuale”.
Nel novero dell’analisi rientra ovviamente anche l’Italia, dati da leggere con interesse anche da parte del mondo ITS. Ecco perché.
Più diplomati
La buona notizia generale è che “la percentuale di giovani adulti (di età compresa tra i 25 e i 34 anni) senza un livello di istruzione secondaria di secondo grado continua a diminuire in tutta la zona Ocse, raggiungendo una media del 13 %. Si osserva una tendenza analoga anche in Italia, dove la quota è scesa dal 24 % al 19 % tra il 2019 e il 2024″. La dinamica è positiva in generale ma tanto più per un mondo, quello della formazione tecnica superiore, che vede intensificarsi sempre più il collegamento con l’istruzione secondaria di secondo grado con il 4+2.
Di padre in figlio
Duro da ammetterlo nel 2025 ma come conferma il report “le disuguaglianze educative persistono da una generazione all’altra. In tutti i Paesi con dati disponibili, i giovani adulti (di età compresa tra i 25 e i 34 anni) hanno maggiori probabilità di conseguire una laurea nel caso in cui anche i loro genitori siano laureati”. In Italia, il 63 % dei giovani adulti di età compresa tra i 25 e i 34 anni, con almeno un genitore in possesso di un titolo di studio terziario, ha conseguito a sua volta un tale titolo; questa percentuale scende al solo 15 % per coloro i cui genitori non hanno completato un ciclo di studi secondario di secondo grado.
La brutta notizia è che questo divario di 48 punti percentuali nel conseguimento di un titolo di studio dell’istruzione terziaria è pure superiore al divario medio dell’Ocse pari a 44 punti percentuali.
Ovviamente, non è una dinamica semplice da controvertire, tuttavia è un volano di riflessione interessante sul tema dell’orientamento, che dovrebbe riuscire ad aggredire meglio aspetto perché spesso è la famiglia a suggerire le prime scelte in materia di prosecuzione degli studi. Oltre all’esempio, che può venire meno laddove i genitori non abbiano titoli terziari, c’è anche un gap conoscitivo sui vantaggi, diversificati, che l’istruzione terziaria porta, se questi non vissuti in prima persona.
Passione accademia
I corsi di laurea triennale o equivalenti – si legge nel report- “rappresentano il principale punto di accesso all’istruzione terziaria nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse: in media, il 78 % di coloro che iniziano un’istruzione terziaria, si immatricolano a tali percorsi di studio“.
Ma in Italia, “la percentuale è persino più alta, raggiungendo l’89%“.
Insomma, la laurea è vista come il fisiologico step che segue la fase della formazione secondaria superiore.
Ovviamente non mancano gli studenti che non completano il corso di laurea, in momenti diversi.
Gli elevati tassi di abbandono al primo anno, conferma l’analisi, “possono mettere in luce un divario tra le aspettative degli studenti e il contenuto o le esigenze dei corsi prescelti, rispecchiando probabilmente una mancanza di orientamento professionale per le future matricole o un sostegno inadeguato ai nuovi iscritti. In Italia, la percentuale di immatricolati a corsi di laurea triennale che abbandonano gli studi dopo il primo anno è identica alla media dell’OCSE, pari al 13 %“.
Lecito pensare che in questa percentuale rientrino un numero di soggetti che con un orientamento diverso potrebbero approdare agli ITS e in ogni caso è un bacino da cui pescare soggetti che cercano un’alternativa che traduca meglio sul campo le aspettative degli studenti e il contenuto o le esigenze dei corsi che si potrebbero frequentare.
Quel gap year che manca
In molti Paesi, afferma il report, “è frequente che i nuovi iscritti ai corsi di laurea triennale decidano di prendere almeno un anno sabbatico tra la fine dell’istruzione secondaria di secondo grado e l’inizio dell’istruzione terziaria“. In Italia, il 20 % delle matricole universitarie si concede un anno sabbatico, a fronte della media dell’OCSE pari al 44 %. La mancanza di un periodo di stacco può incidere su valutazioni affrettate, poco meditate, nella classica logica per cui è meglio fare presto e bene. Una dinamica non sbagliata in sé ma che a volte crea proprio le condizioni per andare subito all’università e poi restare delusi pochi mesi dopo. Un orientamento che tenga conto anche del valore formativo del gap year avrebbe senso e potrebbe favorire un’osservazione più attenta e profonda della proposta terziaria generale? Lecito farsi la domanda.
Culle vuote
“In molti Paesi, la popolazione di bambini di età compresa tra 0 e 4 anni ha subito variazioni significative tra il 2013 e il 2023, e si prevede che continuerà a cambiare fino al 2033. L’Italia ha registrato un calo del 25 % del numero di bambini di età compresa tra 0 e 4 anni e si stima un ulteriore calo del 3 % tra il 2023 e il 2033″. Numeri che devono far riflettere, perché l’ampliamento e la riduzione dell’offerta si basa anche su questo assunto che, dai primi stadi, finirà per riflettersi ovviamente su tutto il sistema.














