Libero pensiero

Se certe riforme non bastano per “Ricostruire l’istruzione tecnica”

Valerio Ricciardelli, autore del saggio che invita a ripensare l'istruzione secondaria e terziaria al fine di preservare il valore della manifattura italiana, dialoga con TuttoITS e spiega perché non condivide l’ approccio delle riforme attuale

  Lavoro

Dalle prime esperienze lavorative nel campo dei sistemi di controllo a promotore di iniziative di formazione applicata superiore nazionali e transnazionali, a costruttore di una società della conoscenza del manufacturing : nel lungo curriculum di Valerio Ricciardelli, figurano numerosi trascorsi, che trovano un comune denominatore nelle competenze tecniche superiori (perito elettronico, è laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano). Il background accademico e professionale lo abilita a dire la sua sul tema dell’istruzione tecnica e formazione professionale e lavoro, avendo anche lavorato per un gruppo tedesco, leader mondiale nella componentistica per l’automazione industriale nonché partner del governo per la costruzione del modello duale della formazione professionale.

TuttoITS lo ha intervistato per approfondire i temi del suo saggio “Ricostruire l’istruzione tecnica. Ultima chiamata per rimanere la seconda manifattura in Europa, salvare la nostra economia e preservare il nostro welfare”, edito da Guerini next, di cui abbiamo riassunto qui le tesi principali. Pubblicato nel maggio 2024, il libro non perde l’aggancio con il presente e guarda al futuro, complice anche uno scenario dove gli annunci sul futuro della istruzione tecnica terziaria si susseguono e si arricchiscono, anche alla luce di potenziali passerelle con il mondo accademico.

Ricciardelli, il suo saggio si intitola “Ricostruire l’istruzione tecnica. Ultima chiamata per rimanere la seconda manifattura in Europa, salvare la nostra economie e preservare il nostro welfare”. Quando c’è una chiamata qualcuno deve rispondere.

Dal libro emerge un quadro sconsolante, politica in primis, ma non solo. Allora chi dovrebbe raccogliere l’appello se sembrano tutti inadeguati?

La domanda è pertinente. Se ci fosse la risposta avremmo risolto tutti i problemi. Propongo che si facciano i famosi Stati generali perché c’è un problema di consapevolezza complessiva di tutta la società, a partire ovviamente dalla politica. Il tema non è più da decenni nell’agenda di chi dovrebbe occuparsene e prendere decisioni. La soluzione degli Stati generali metterebbe attorno al tavolo tutti i soggetti che hanno ruolo, responsabilità e competenze, per analizzare più a fondo i problemi e trovare delle soluzioni adeguate.

Come ho scritto ripetutamente, non si fanno le riforme scolastiche, soprattutto quelle che riguardano l’istruzione tecnica professionale, senza sapere quale politica industriale si può, si vuole o si è in grado di fare.

Alcuni mesi fa il Ministero delle Imprese e del made in Italy si era posto il problema di pubblicare il Libro Bianco della politica industriale del Paese, che non è più uscito e questa è già una preoccupazione. Mi è stato detto, sui ritardi, che erano in grande difficoltà probabilmente perché il libro Verde, che era propedeutico al Bianco, non era stato fatto proprio bene (il “Libro Verde Made in Italy 2030”, elaborato dal Centro Studi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, era stato presentato a ottobre alla sede del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, dando il via a una consultazione pubblica con stakeholder pubblici e privati che avrebbe dovuto portare alla stesura nei primi mesi del 2025 di un Libro Bianco sulla nuova strategia di politica industriale italiana, ndr).

Inoltre, io sostengo che il Ministero dell’Istruzione e del Merito non sia l’autorità più adatta per occuparsi di queste riforme, e serva un ministero dedicato, perché incidono innanzitutto sull’economia e sul welfare e bisogna partire dall’economia, da quella mondiale in forte turbolenza, perché siamo inseriti in un sistema estremamente complesso. In più, la tipologia delle nostre imprese industriali è tutta particolare rispetto agli altri paesi con cui ci dobbiamo confrontare.

Si dice spesso che bisogna rispondere alle esigenze delle pmi, che sono l’ossatura del sistema industriale. Quanto incide il fatto però che i loro bisogni siano piccoli o contingenti in alcuni casi?

Talvolta hanno orizzonti molto brevi, con una visione ridotta della innovazione e dello sviluppo, semplicemente perché sono anelli spesso anche piccoli, e non così importanti, di filiere molto più lunghe e molto più complesse dove i driver principali sono tutt’altri. Se un’azienda è bravissima a fare dei pezzi meccanici e poi non sa su quale apparecchiatura saranno inseriti o lo sa, ma non sa se quelle apparecchiature sono posizionate nel mercato giusto che offre buone garanzie, è evidente che le proprie sorti dipendono da altri e da fatti che non si controllano. La visuale delle piccole imprese è allora ridotta. Non puoi fare una politica industriale o scolastica dicendo “chi fa la lavorazione meccanica non trova il tornitore o il fresatore e bisogna fare la riforma per formarli”, è un approccio sbagliatissimo.

Spesso in Italia ci si aspetta dalle aziende suggerimenti e indicazioni per il mondo della scuola per soddisfare i bisogni immediati, ma il saggio afferma che in realtà il sistema scolastico dovrebbe anche occuparsi con una visione di lungo periodo dei cambiamenti strategici nel sistema industriale. Come si tiene questa ambivalenza?

Nel libro scritto da Valditara l’anno scorso (La scuola dei talenti, ndr), nel capitolo sulla riforma dell’istruzione professionale, si afferma che bisogna fare la riforma perché le aziende sono costrette ad importare manodopera specializzata introvabile in Italia che invece beneficerebbe di retribuzioni molto interessanti, citando per esempio  i saldatori o i montatori dei tralicci dell’ energia elettrica per far fronte a dei bisogni immediati.

Ipotizziamo pure che manchino i saldatori. Ma quanti ne mancheranno? E questa mancanza si protrarrà nel futuro o i saldatori saranno soppiantati da nuovi sistemi automatici di saldatura? Semmai, allora si finanzia qualche intervento di professionalizzazione per formarli ma non si fa una riforma scolastica, che poi non ha effetti immediati ma solo tra qualche anno e intanto sarà cambiato di nuovo tutto, perché mancano oggi alcuni mestieri di cui non si conosce la loro employability futura e a cui si potrebbe provvedere con terapie formative diverse e  di pronto intervento. Siamo allora in una carenza di anamnesi perché occorrerebbe una rappresentazione sistemica fatta bene e oggettiva, di quelli che sono i bisogni del manufacturing nel breve , medio e lungo periodo che devono poi essere trasmessi e comprese dal mondo scolastico per l’attivazione delle conseguenti offerte formative.

Questo è un errore concettuale evidente dove si osserva solo il presente, amplificato anche dal fatto che si legge la realtà industriale con la lente dei contratti metalmeccanici senza sapere, per esempio, che c’è anche una quantità di professioni del settore industriale che sono contrattualizzate col contratto del commercio e dei servizi. Si pensi alle professioni del processo commerciale delle aziende che vendono beni industriali. C’è allora una quantità di figure professionali che sfuggono a queste statistiche. L’altro errore di metodo è che si leggono e si rappresentano le aziende nei loro settori di appartenenza secondo i cosiddetti codici Ateco, una classificazione obsoleta, e superata che non ha più nessun significato. Servono altri criteri per classificare le aziende secondo i loro settori e sottosettori di appartenenza. Utilizzando criteri di categorizzazione che non c’entrano più con la realtà, superati e, in questo modo confuso, non si può rappresentare e modellizzare il sistema delle imprese nelle sue differenti classificazioni che servirebbero poi al mondi scolastico per comprendere i processi aziendali, le posizioni organizzative, i ruoli, le competenze e quindi i saperi che bisogna costruire e tenere costantemente aggiornati.

Nel libro scrive che la scuola italiana si è anche svuotata di persone che hanno le competenze tecniche, a causa anche della liceizzazione avvenuta nel tempo della stessa istruzione tecnica. Come promuovere allora un approccio push, ossia proattivo, se mancano le competenze?

Bisogna andare a ridefinire quali sono i processi chiave presenti all’interno del mondo scolastico, non può essere esclusivamente il processo di erogazione di contenuti definiti in quale modo e da chi? Dalle imprese? Oggi la scuola è semplicemente un processo di erogazione di contenuti, spesso non si sa se giusti e non si sa nemmeno quanto i docenti li conoscono, infatti nel mio saggio parlo di obsolescenza ma anche di inadeguatezza curricolare. Se la scuola non ha le giuste competenze, non può fare una strategia educativa push, quindi di spinta, ecco perché al tavolo delle riforme non ci possono essere solo scuola e aziende, manca tutta l’industria della conoscenza (le società di consulenza, quelle altamente professionali), le business e le industrial management school ecc che sanno come funziona l’economia e come funzionano le aziende e sanno indicare i saperi teorici/pratici/comportamentali. In più occorre che al tavole delle riforme siano seduti coloro che devono gestire le politiche sociali, contrattuali e le politiche del lavoro, quindi mancano attori che sono cruciali.

Economia, employability ed education: l’educazione a sostegno dell’economia si fa nei momenti di espansione, l’altra, sull’employability, nelle fasi di contrazione, si legge nel libro. Ma allora, nel secondo caso, come lavorare in una logica di politica scolastica se il confine dell’employability si sposta più velocemente?

L’employability, soprattutto in taluni settori, è sempre una variabile che può modificarsi in tempi anche abbastanza brevi, questo deve essere un concetto chiaro. Chi fa la politica scolastica deve tener conto di due cose, da una parte bisogna avere un sistema di istruzione costruito, progettato adeguatamente da aggiornare periodicamente. Poi occorre un insieme di percorsi professionalizzanti che rispondono ai bisogni immediati e che si mette in atto  on demand. Bisogna avere la struttura dell’istruzione tecnica di sistema con una sua logica ed è quella che si modifica ogni volta che  si fanno le riforme. Poi devi avere la flessibilità per far fronte a bisogni contingenti, quindi la capacità di inserire dei percorsi formativi integrativi, professionalizzanti, fatti bene che rispondono ad una situazione territoriale, settoriale e temporale.

Lo Stato non ha l’obiettivo di fare, con l’istruzione tecnica, la formazione per le aziende: certo che deve costruire la giusta cultura per sostenere l’economia ma ha l’obiettivo di creare le condizioni di employability. Poi naturalmente occorre un sistema di monitoraggio dell’applicabilità ma anche un sistema che ragiona in prevenzione; è fondamentale oggi capire quali settori andranno a sparire e quali no.

Facciamo un esempio, il settore del bianco, quindi dell’elettrodomestico: nel nostro Paese andrà a scomparire, l’Egitto probabilmente diventerà il polo più importante per l’elettrodomestico; quindi ci saranno mestieri che spariranno e bisognerà riconvertire quelle competenze su altri settori. Un altro esempio molto semplice: c’è un’industria elettronica di Singapore importantissima che ha iniziato a investire in Italia per costruire microchip, secondo la politica Ue che guarda al 2030. Ma di quanti diplomati avrà bisogno e quest’ultimi sono disponibili? Sono informazioni importantissime per definire le politiche scolastiche.

Nell’analisi, gli ITS appaiono spesso come corsi on demand che sfornano profili dedicati a un preciso bisogno, spesso definito solo per attrarre iscritti. Cosa dovrebbero fare diversamente, posto però che devono rispondere anche ad esigenze territoriali specifiche nei distretti di riferimento?

La premessa è che, assieme ad altri pensatori e esperti delle politiche della istruzione terziaria del passato sono stato sostenitore della costruzione di un piano di politica della formazione applicata superiore che fosse di pari dignità con l’università. Chi capì l’importanza di questa iniziativa all’epoca fu il ministro Moratti che formò una commissione per costruire un sistema che non doveva essere una sommatoria spaiata di iniziative ma un unico sistema di istruzione terziaria incardinato all’interno dei migliori istituti tecnici industriali italiani. Ponemmo delle condizioni elaborate, ad esempio che il titolo di diploma per questi percorsi dovesse essere “diploma in ingegneria”. Si oppose l’università che ha sempre visto l’attività di formazione applicata superiore come una grandissima concorrente e ha fatto sì che non si evolvesse e non si sviluppasse.

L’Italia, la seconda manifattura in Europa, ha invece un bisogno enorme ha un bisogno enorme dell’istruzione terziaria, della formazione applicata superiore, questo è indiscutibile. Questa istruzione terziaria non può però essere fatta con una sommatoria di corsi ITS attraverso delle fondazioni senza nessuna visione sistemica, perché ci troviamo nel paradosso che alcuni corsi funzionano e vanno bene, laddove tutte le condizioni per far bene sono presenti, ma in altri casi no. Siccome abbiamo un problema fondamentale di attrattività dei giovani verso le professioni tecniche, e quindi verso l’istruzione tecnica in tutti gli ordinamenti, se non si crea un sistema stabile, ben visibile all’utenza, incardinato all’interno di una struttura solida e professionale la gente non si fida e non si iscrive.

Serve una visione sistemica per costruire un sistema dell’istruzione terziaria di pari dignità con i percorsi universitari e non una parcellizzazione o una sommatoria di corsi, al di là poi del titolo di studio dove c’è un proliferare di denominazioni varie anche fuori contesto perché le fondazioni devono attrarre iscritti e inventano talvolta denominazioni roboanti per fare marketing

Mi è capitato di vedere un corso decisamente fuori contesto ed è paradigmatico parlarne.

La professione, ad esempio, del business development manager è un mestiere svolto da figure con alle spalle almeno 20, 25 anni di management. Non si può dare un diploma di istruzione terziaria a una persona dicendole che è manager e business developer e in quale posizione organizzativa lo si colloca? E poi magari viene assunta con contratto a tempo determinato. Poi, che ci siano che ci siano ITS che funzionano bene è un fatto ma ci sono ben altre situazioni su cui riflettere. La formazione applicata superiore attraverso gli ITS serve, ma i diplomati non possono essere contrattualizzati spesso in modo precario e anche con contratti da operai, peggiorando il problema della sovra qualificazione che è già un problema enorme. Abbiamo una politica salariale bassa, e nonostante ciò un costo del lavoro per unità di prodotto che è elevatissimo. Purtroppo le riforme in corso avrebbero dovuto tener conto di molte altre riflessioni perché serviva una vera rivoluzione copernicana che abbriacciasse tutto il sistema dell’istruzione tecnica secono un’unica visone. Invece sono state fatte di corsa, senza traguardare gli orizzonti più in là, semplicemente perché dovevano essere finanziate dal Pnrr, quindi la priorità era quella di spendere i soldi più in fretta possibile.

Un tema presente nel testo è anche l’ipocrisia italiana, nei convegni si parla dell’istruzione tecnica però poi sono sempre i figli degli altri che si devono iscrivere.

Un tempo le professioni tecniche ancora non erano ben conosciute e non lo sono nemmeno ora. Invece, le professioni tecniche sono estremamente interessanti, importanti dal punto di vista economico, della ricchezza professionale e delle prospettive; prova ne è che i nostri migliori tecnici sono appetibili all’estero e la loro migrazione è in continuo aumento. Quindi oggi sarebbe una scelta interessante, conveniente. Il problema è che se tu non li conosci, non li promuovi bene perché l’orientamento è molto deficitario, perché chi fa l’orientamento non sa cosa sia il sistema economico industriale, ecco che non si genera l’attrattività verso le scuole tecniche considerate di serie B o C e quando si realizzano gli ITS sono collocati fuori dall’unica ossatura stabile e concreta che abbiamo, quella degli istituti tecnici quinquennali perché è lì che avrebbero dovuto stare. L’istruzione terziaria deve essere strettamente collegata all’istruzione tecnica secondaria.

Una connessione più stretta con gli istituti tecnici aiuterebbe?

L’istruzione tecnica secondaria è un percorso ordinamentale già considerato di serie B rispetto ai licei e l’istruzione professionale di serie C. Nel momento in cui prendi l’istruzione professionale e la riduci a quattro anni, fai un errore strategico perché leggendo il 58esimo rapporto del Censis, c’è scritto che l’ottanta per cento degli studenti in uscita dall’istruzione professionale non ha raggiunto gli obiettivi minimi di apprendimento (il report afferma che “non raggiungono i traguardi di apprendimento: in italiano, il24,5% degli alunni al termine del ciclo di scuola primaria, il 39,9% al terzo anno della scuola media, il 43,5% all’ultimo anno della scuola superiore (negli istituti professionali quest’ultimo dato sale vertiginosamente all’80,0%), ndr). Se l’ottanta percento degli Ipsia non ha raggiunto gli obiettivi minimi dell’apprendimento, la platea dei tecnici non sarà molto distante. Se tu riduci questa istruzione addirittura a quattro anni e poi si aggiungono due anni di ITS non c’è nessuna garanzia che il sistema possa funzionare senza innescarsi un processo di abbandono scolastico proprio per il non raggiungimento degli obiettivi minimi di apprendimento In più si generebbero gli ITS di serie B, rispetto a quelli postquinquennali di serie A.

Questo è già un primo pericolo primo pericolo molto grosso, poi c’è il tema del legame con le lauree brevi, un’altro grande errore da evitare. In questa prospettiva la presenza dell’ l’università sarebbe funzionale solo ai suoi interessi. Non abbiamo bisogno dell’università per fare seriamente gli ITS, sono due cose diverse. L’istruzione terziaria dell’ITS deve avere invece pari dignità ai percorsi universitari e, nel caso dalla parte industriale, il titolo di studio deve essere diploma di ingegneria. Un ITS nel settore industriale, compreso il segmento dei servizi terziari allargati, oltre quindi la parte produttiva, deve permettere di acquisire il diploma di ingegneria con tutte le varie specializzazioni; immediatamente si genererebbe l’attrattività verso questo percorso di studi e verso le professioni che ne conseguono.

Lei ha alle spalle numerose esperienze: tuttavia, spetta ai boomer, alla generazione del dopoguerra, scrivere il futuro dell’istruzione tecnica nazionale?

La generazione del dopoguerra ha fatto il suo dovere. Ora tocca alle generazioni odierne. La mia fortuna è che ho imparato tantissimo dalle persone che coordinavo e dirigevo e anche dai miei superiori. La mia fortuna è stata anche una grande esperienza di insegnamento fatta appena laureato, insegnavo al quinto anno dell’istruzione tecnica indirizzo elettronico la materia più complessa a persone che sono poi diventate la classe dirigente del paese. Erano in sala a Milano quando ho presentato il libro, è stata una grande soddisfazione, sono diventati ingegneri, manager, persone importantissime. Nelle loro scelte scolastiche sono stati indirizzati da me. Persone che hanno avuto un grandissimo beneficio dall’istruzione tecnica sia pur fatta con tutti i limiti che avevamo. Un modello di istruzione tecnica che funziona, si può trovare. Se tu mi porti da cinque anni ai quattro anni mi fai una diminutio e la logica è sempre quella, fare meno, studiare meno. Studiando meno non si va da nessuna parte; bisogna rendere più attrattiva la scuola in altro modo, ma non riducendo le ore di insegnamento.

Non puoi avere la pretesa di fare i miracoli però chiariamoci le idee, prima facciamole anamnesi giuste, cerchiamo di vedere gli orizzonti giusti. Questo è il problema della politica, devi avere coraggio di mettere in campo le persone che sanno e che ti danno una mano. Questo vale anche per l’opposizione che dovrebbe semmai avere una visione alternativa o complementare su un tema che deve essere no partisan. Allora serve rifondare gli uffici scuola dei partiti altrimenti a cosa servono e fare la sezione che si occupa dell’istruzione tecnica, non è che ci voglia chissà che cosa.

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Maria Rosaria Iovinella
Giornalista professionista, per TuttoITS svolgo il ruolo di contributor e senior editor del sito.
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