La legge 99/2022 sugli ITS Academy e la sperimentazione della nuova filiera tecnologico-professionale 4+2 hanno riportato al centro del discorso pubblico, anche per coloro che non fanno parte degli addetti ai lavori, il tema della formazione tecnica, indispensabile in un Paese in cui la manifattura è strategica e chiamata a cambiamenti epocali anche in virtù della duplice transizione, digitale e green.
A un manifatturiero in trasformazione dovrebbe corrispondere un’istruzione tecnica di eccellenza, capace di dare una risposta in termini non solo quantitativi ma soprattutto qualitativi.
Il tema è affrontato nel saggio “Ricostruire l’istruzione tecnica. Ultima chiamata per rimanere la seconda manifattura in Europa, salvare la nostra economia e preservare il nostro welfare“, edito da Guerini next, scritto da Valerio Ricciardelli (laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, Maestro del Lavoro, le sue prime esperienze lavorative sono state nel campo dei sistemi di controllo, ha lavorato presso una società di un gruppo tedesco, leader mondiale nella componentistica per l’automazione industriale, e ha preso parte da protagonista a iniziative di formazione applicata superiore nazionali e transnazionali).

Il volume, articolato in tre parti, invita il lettore a familiarizzare con l’istruzione tecnica, a interfacciarsi con gli argomenti che incidono sulla stessa e a prendere in esame punti di partenza per un’efficace rivisitazione.
Il punto di partenza dell’analisi è il riconoscimento dell’esistenza di “un grande problema che riguarda la mancanza di professioni tecniche, sia nell’immediato che nelle previsioni del prossimo futuro, e quindi di competenze adeguate a ciò che serve alle nostre imprese oggi e di ciò che servirà negli anni a venire”.
Come riconosce Ricciardelli, “occorrono anni per mettere mano al sistema dell’istruzione tecnica adeguata al Paese, e ciò potrebbe determinare talvolta un rischio, pur nella consapevolezza che la strada da intraprendere è quella giusta, di impotenza che potrebbe sfociare in una reazione generale di disinteresse e demotivazione tra gli addetti ai lavori”.
I toni riservati ai progetti più recenti in materia di istruzione tecnica sono critici, pur con il riconoscimento delle buone intenzioni. Secondo l’autore, si tratta di interventi terapeutici che non incidono al cuore del problema e “troppo dipendenti dalle contingenti dinamiche dalla domanda locale di manodopera con competenze povere, di carattere spesso meramente esecutivo”.
TuttoITS, per approfondire i contenuti del libro, ha intervistato Ricciardelli che, nel saggio, rimarca come lo scopo del testo non sia “quello di offrire soluzioni, ma di iniziare a lanciare un sasso alternativo nello stagno, magari anche un po’ grosso e suggerire qualche metodo per indirizzare le reazioni”.
Lanciato il sasso, ad alzarsi però è l’onda perché il libro non lesina critiche e dubbi su molte dinamiche e narrative che plasmano il dibattito quando si parla di istruzione tecnica e bisogni delle imprese.
Ecco un riassunto delle principali argomentazioni, che indaghiamo ulteriormente nell’intervista.
Nuove filiere ma con quali obiettivi?
Come noto, a partire dall’anno scolastico 2024/25 sono stati attivati con una sperimentazione nazionale i percorsi 4+2 della filiera tecnologico-professionale che vertono su corsi di studio secondari quadriennali dell’istruzione tecnica e professionale. Percorsi che di fatto creano una passerella diretta con il mondo ITS e che, come veniva spiegato sul sito Unica, “sono strutturati in sinergia con il territorio, le imprese, le professioni in funzione delle Dieci Aree tecnologiche degli ITS Academy e promuovono la diffusione della cultura scientifica, dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità”.
Nel testo se ne fa menzione sottolineando come “è stata introdotta nell’ordinamento scolastico la
sperimentazione di una nuova filiera formativa tecnologico-professionale che apre la possibilità di territorializzare l’istruzione tecnica nazionale, con il rischio di confonderla con l’addestramento
professionale“.
Secondo Ricciardelli, “l’istruzione tecnica dovrebbe essere, all’opposto, quell’istruzione e formazione necessaria per formare la cultura e le competenze per tutte le professioni tecniche (che non si occupano solo di tecnologia, in una confusione terminologica dove il termine «tecnico» è scambiato spesso con il termine «tecnologico»), che possono essere classificate con ragionevoli argomentazioni nei soliti tre livelli ormai riconosciuti internazionalmente e distinti secondo criteri prestazionali e quindi di responsabilità: basso (low), medio (medium), alto (high)”.
Nel saggio si postula che il livello high citato sopra, “potrebbe essere soddisfatto con un’architettura di formazione applicata superiore, nella forma di una scuola universitaria professionale che dovrebbe comprendere gli attuali ITS Academy, non configurati solo come una sommatoria di corsi professionalizzanti [….].
Una visione sostanzialmente diversa dal quadro attuale, dove si parla spesso di riconoscimenti di crediti e passerelle tra i due rami della formazione terziaria ma non di ITS all’interno di una scuola universitaria professionale.
Push o pull?
Quante volte abbiamo sentito, in questi anni, che la scuola – e quindi anche gli ITS- deve formare professionisti in grado di rispondere ai bisogni delle imprese, anche al fine di colmare il problema del mismatching, rendendo quindi coerente domanda e offerta?
Spesso. Tuttavia, in un discorso più ampio, l’autore afferma come l’idea che il mercato del lavoro faccia da traino alla formazione risulti troppo semplicistica e occorra “esattamente il contrario”.
“Il giorno in cui avremo alcune decine di migliaia di diplomati ITS, con i profili richiesti dall’economia industriale, l’occupabilità sarebbe automatica. Se invece aspettiamo che sia il mercato del lavoro a indicarci di cosa ha bisogno nella contingenza del momento, magari con l’evidenziazione dei bisogni fatta delle agenzie di lavoro interinale, rallentiamo e indeboliamo il processo di employability“, scrive il saggista.
Il discorso si allarga a una prospettiva in cui, partendo dal caso italiano, si riflette sul ruolo proattivo che la scuola tecnica può avere, non limitandosi quindi a una funzione pull di risposta alle esigenze delle imprese ma a una funzione push, favorita da saperi, competenze e profili professionali in grado di spingere l’occupabilità. Quindi non basta mettere in connessione domanda e offerta, configurando risposte su misura delle richieste, ma l’offerta dovrebbe generare altra e nuova domanda.
Parole, parole, parole
Il libro ribadisce un tema esistente, ovvero la percezione che la formazione tecnica sia di serie B rispetto ad altre. Una realtà definita “incontrovertibile”, attribuita a “una cattiva politica di orientamento scolastico del passato che ha generato disaffezione e disinteresse verso le scuole e le professioni tecniche“.
Il problema dell’appeal esiste. Addirittura sul fronte degli ITS, non sono mancate le critiche di chi, nel sistema, ritiene il brand ITS poco chiaro in sé e confondibile con quello Itis (formazione secondaria).
Ricciardelli – riconoscendo come frequente il ricorso alla manipolazione delle parole per cercare soluzioni a problemi complessi- si sofferma su chi suggerisce, ad esempio, di «trasformare gli istituti tecnici in licei tecnici» per favorirne la capacità di attrarre ma riconosce anche che “la manipolazione dei termini, paradossalmente, ben si adatterebbe al titolo di studio di diploma di ingegnere, che dovrebbero invece avere gran parte dei percorsi degli ITS Academy, purché fossero incardinati in un sistema ordinamentale stabile e strettamente collegato all’istruzione tecnica secondaria”.
Potrebbe essere questa una delle risposte sul fronte dell’appeal e anche il volano definitivo per l’affermazione del sistema della formazione tecnologica superiore?














